Smart Working: intervista a Nomadi Digitali

Essere impegnati in attività legate alla propria passione oggi è fondamentale in un mercato che richiede skill da formare secondo una filosofia “lifelong learning” ed ha una competizione non più “solo” nazionale, ma globale.

A tal proposito, nel 2018 il numero dei lavoratori “agili” in Italia ha toccato quota 480.000, pari al 12,6% del totale degli occupati che, in base alla tipologia di attività di lavoro che svolgono, potrebbero essere occupati in modalità Smart Working. Questi i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano.

Abbiamo voluto scambiare due parole con Alberto Mattei, founder dell’online magazine Nomadi Digitali, per approfondire l’argomento.

1. Ciao Alberto e benvenuto sul nostro blog! Partiamo innanzitutto dalla definizione: cosa intendi quando si parla di smart working e telelavoro? Che definizione daresti?

Secondo me Smart Working e Telelavoro sono due concetti profondamente diversi tra loro, nonostante vengono spesso assimilati e utilizzati come sinonimi. In estrema sintesi io definirei il “telelavoro” come la trasposizione, attraverso l’uso di strumenti informatici e/o telematici, degli obblighi e delle modalità del lavoro tradizionale in un luogo diverso rispetto alla sede centrale dell’azienda (l’operatore di call center è un classico esempio di telelavoro). A differenza del telelavoro lo Smart Workingnon è soltanto una trasposizione tecnologica del lavoro in un luogo diverso dall’ufficio tradizionale, ma piuttosto una modalità organizzativa che parte da un radicale ripensamento del modo di lavorare e di collaborare all’interno di un’organizzazione.

Lo Smart Working mette al centro del processo organizzativo le risorse umane e loro esigenze personali e professionali introducendo un modello molto più flessibile di svolgimento dell’attività lavorativa. Alle tradizionali strutture organizzative gerarchiche e verticali, si sostituiscono strutture aziendali orizzontali, più agili e informali. Dalla supervisione diretta si passa alla gestione del lavoro per obiettivi, attraverso un rapporto basato sulla fiducia, sulla responsabilizzazione e coinvolgimentodel lavoratore (work engagement). Dalle modalità di lavoro di presenza, si passa a modalità di lavoro più flessibili e da remoto, che permettano ai dipendenti, o collaboratori, di lavorare da qualunque luogo essi scelgano di farlo: da casa, dal coworking o da qualsiasi altro posto dove vi sia una connessione wi-fi.

2. Quali sono i vantaggi che questa forma di attuazione di una professionalità può comportare e quali sono invece i casi di più difficile applicazione?

Credo sia importante ribadire il concetto precedente, ovvero che lo Smart Working riguarda le organizzazioni e quindi richiede una dimensione aziendale. Sicuramente ha un impatto molto positivo sui lavoratori perché agevola e favorisce la ricerca di un maggiore equilibrio tra vita personale e vita professionale. Per un dipendente o collaboratore di un’azienda, “Smart Working” significa infatti maggiore flessibilità (oraria e contrattuale), maggiore consapevolezza, significa più autonomia nel definire le modalità e le tempistiche di svolgimento delle proprie attività professionali. Significa maggiore libertà, possibilità di scegliere il luogo, gli orari e gli strumenti con cui svolgere le proprie mansioni. Se parliamo invece di vantaggi per le aziende, questi sono notevoli sia in termini di competitività, ma anche di produttività e di riduzione dei costi.

Riguardo la seconda domanda, ovvero quali sono i casi di più difficile applicazione, ritengo che per i collaboratori freelance o per i solopreneur, questa modalità professionale sia ormai piuttosto consolidata. I freelance sono abituati a lavorare in mobilità, con orari flessibili, ad usare la tecnologie digitali e spesso collaborare con Startup Innovative (che in Italia rappresentano ancora una quota poco significativa) che nascono già con modelli organizzativi più flessibili e più smart. Per i dipendenti delle aziende tradizionali abituati a lavorare in ufficio, il discorso è un po’ più complicato. Queste nuove modalità di lavoro richiedono una forte autodisciplina, un’immensa responsabilità, la capacità di autogestirsi e automotivarsi costantemente. In questo caso infatti lavorare non equivale ad occupare una scrivania oppure essere pagati per il tempo che si passa in ufficio, ma significa diventare proprietari del proprio lavoro e del proprio tempo per poter raggiungere obiettivi concreti, comuni e condivisi con l’azienda e l’organizzazione in cui si è scelto di lavorare.

3. Cosa serve ad un’azienda per strutturarsi al riguardo senza sottovalutare le necessità e valorizzandone realmente i vantaggi?

A mio modo di vedere serve prima di tutto lo sviluppo di una nuova cultura manageriale (e quindi una formazione adeguata) che ponga la “Persona” al centro dell’ecosistema organizzativo dell’azienda. Benessere e ricerca della felicità devono diventare priorità anche per le organizzazioni e non solo per l’individuo. Nel libro “The Smarter Working Manifesto” gli autori Guy Clapperton e Philip Vanhoutte forniscono le linee guida per un potenziale cambiamento nella filosofia manageriale e per costruire un’organizzazione più produttiva, lasciando la libertà ai dipendenti di scegliere il momento e il posto migliore in cui lavorare per essere più sereni, produttivi e più efficaci.

Gli autori del libro hanno individuato in 3 aree di intervento i pilastri dello Smart Working. – Bricks, Bytes e Behaviours (mattoni, tecnologia e comportamenti) – In sintesi: condivisione delle conoscenze e delle esperienze in una cultura aziendale aperta dove il manager non “controlla”, ma aiuta e guida un team di professionisti. È un sistema in cui si abbandonano i canonici orari d’ufficio per puntare tutto al raggiungimento di obiettivi concreti e condivisi, in cui collaborazione e comunicazione si fanno con gli strumenti digitali. In sintesi, lavorare ovunque senza vincoli di luoghi: l’ufficio tradizionale diventa un posto d’incontro dove andare solo quando c’è un buon motivo per farlo.

4. Quali aziende / case history conosci di esempi virtuosi da questo punto di vista? Hai degli aneddoti al riguardo?

A livello internazionale ci sono esempi di aziende che a mio modo di vedere esaltano al massimo il concetto di Smart Working. Si tratta di aziende la cui organizzazione è totalmente in remoto e distribuita. Una su tutte “Automattic”, azienda (proprietaria di WordPress) che lavora con un team di 844 persone distribuite in 68 paesi diversi che parlano 84 lingue diverse. Ognuno dei dipendenti è libero di lavorare dove vuole. Si incontrano tutti insieme una volta l’anno per trascorrere insieme 7 giorni in un luogo di vacanza! Obiettivo conoscersi di persona, creare relazioni reali e rafforzare il concetto di team. Un altro esempio interessante è quello di Buffer, un’azienda che lavora con un team di professionisti completamente in remoto, distribuito in 15 paesi, 11 fusi orari e 42 città diverse.

In Italia, dove purtroppo manca ancora la giusta cultura manageriale (secondo me non ha molto senso parlare di Smart Working solo perchè l’azienda permette ai propri dipendenti di lavorare 1 o 2 giorni la settimana da casa) c’è una case history molto interessante, un esempio virtuoso che ci tengo a condividere. Si tratta di Evermind, un’azienda 100% made in Italy (si occupa di sviluppo software e digital innovation), fondata sullo smart working e incentrata su tre valori positivi: fiducia, trasparenza eresponsabilità. È costituita da un network di professionisti che lavorano da remoto in luoghi e paesi diversi, seguendo un’organizzazione liquida, orizzontale e non piramidale del lavoro. Non ci sono capi, tutti sono allo stesso livello. Il concetto finale che voglio sottolineare è questo… sì, anche da noi si può fare!

5. Sul tuo magazine online c’è una vera e propria community di realtà di questo tipo. Quali sono le prospettive per Nomadi Digitali d’ora in avanti?

In realtà Nomadi Digitali nasce circa 10 anni fa come un progetto di comunicazione online, collaborativo e autofinanziato. L’ho fondato con l’unico obiettivo di provare a diffondere, anche in Italia, una nuova filosofia di vita e di lavoro che nasceva proprio in quegli anni grazie alla diffusione delle tecnologie digitali. Posso dire con un pizzico di soddisfazione che quell’obiettivo è stato raggiunto. Ma le cose sono cambiate molto da allora. Oggi, a livello internazionale, grazie al fatto che sempre più aziende stanno implementando e sperimentando modelli di lavoro più agili, offrendo ai propri collaboratori la libertà di poter organizzare il proprio tempo e di sceglie il posto migliore da cui lavorare, il movimento dei Nomadi Digitali sta crescendo e si sta evolvendo a livello globale.

Nelle imprese Italiane purtroppo questo processo di cambiamento stenta ancora a decollare e noi vogliamo fare qualcosa! Per questo motivo, insieme ad un team di professionisti abbiamo deciso di unirci e dare il nostro contributo attivo ad un cambiamento che riteniamo indispensabile anche nel nostro paese. Vogliamo mettere al servizio degli altri le nostre competenze ed esperienze, per aiutare persone, professionisti, startupper e imprenditori ad sperimentare e implementare il lavoro da remoto, nelle loro professioni e nelle loro aziende. Questo ci permetterà di creare anche in Italia nuove opportunità professionali per tutti i nomadi digitali o aspiranti tali. E se davvero le misure contenute nell’ultima legge di bilancio sortiranno l’effetto sperato, questo processo potrebbe avere un’accelerata decisiva. Partiremo con una mappatura di quelle startup e piccole imprese Italiane che stanno già adottando modelli Smart Working e sperimentando il lavoro da remoto per capire qual è la ‘geografia’ entro cui ci muoveremo nei prossimi anni. Per chi fosse interessato all’iniziativa basta contattarci sul sito www.nomadidigitali.it.

Grazie allora Alberto, ti seguiremo con piacere!

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Staff BTREES

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